Covid-19. Effetti sul benessere mentale e relazionale.

Paura del contatto diretto, aumento delle tensioni derivanti dall’isolamento, fenomeni di autolesionismo, disturbi alimentari, elaborazione del lutto. Questi sono solo alcune delle problematiche che hanno colpito molte persone durante e dopo la pandemia da Covid-19. Il lockdown, con le ripetute chiusure obbligatorie, ha prodotto anche un contingentamento dei rapporti terapeutici che ha generato molti problemi.

Per questo motivo, L’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei  che da anni ha costituito un Tavolo sulla salute mentale, ha voluto un’intera giornata di convegno dal titolo “Covid-19. Effetti sul benessere mentale e relazionale”, con specialisti del settore e diversi ambiti pastorali, per cominciare a costruire una risposta coerente alla domanda su cosa accade accadrà, dopo la pandemia, alla persona con disturbi psichiatrici, alla sua famiglia, agli operatori, alle strutture dedicate.

Nel vivere “compressi” nei propri spazi vitali sono emersi, in chiave familiare, da una parte tensioni e limiti caratteriali (che prima venivano stemperati e “diluiti” nella molteplicità dei rapporti di lavoro, scolastici, parrocchiali e sociali), e d’altra parte si è reso necessario, anche sotto il profilo pastorale, un nuovo patto tra le generazioni. Anche nel lockdown le famiglie, in grandissima maggioranza, sono state cellula utile e funzionante.

Nell’insieme, non si è assistito ad un regresso delle attenzioni al mondo della salute mentale e del disagio psichico.
D’altro canto, non si può raggruppare in un’unica definizione il vasto mondo dei problemi di salute mentale. Possono essere problemi relazionali, e hanno sofferto maggiormente le restrizioni; possono essere problemi comportamentali individuali, rimasti pressoché gli stessi al variare degli ambienti di residenza e di socializzazione; possono essere problemi specifici. Ad esempio, le persone con disturbi dello spettro autistico hanno patito in modo significativo il rallentamento delle attività di sostegno sia verso la famiglia che negli ambienti scolastici; al limite opposto, una marcata agorafobia o una tendenza all’asocialità devono essere compensate, dato che il lockdown ha creato nel domicilio un ambiente confortevole, oltremodo isolato.
Si è osservato inoltre che la pandemia, incrementando la povertà economica, incide negativamente sulla “povertà vitale”, ossia agisce sull’insieme degli aspetti umani, relazionali e affettivi del soggetto. In altri termini, la “carestia” che segue alla “epidemia” provoca più danni della malattia in quanto tale, anche sotto il profilo della salute mentale. I dati che Caritas costantemente rileva sulla povertà, vanno a confermare che l’effetto immediato del lockdown è l’aumento della povertà complessiva.
Una battuta d’arresto l’hanno subita, purtroppo, i percorsi di socializzazione e di rimozione dello stigma sulla salute mentale. Gli operatori che lavoravano per reinserire alcune persone nel contesto sociale di appartenenza, come percorso conclusivo o proprio al termine di un cammino riabilitativo, si sono trovati nella condizione obbligata di sospendere il percorso di reinserimento, con un duplice deficit: per chi aveva iniziato il percorso, per la comunità che è rimasta in sospeso. Rilevante anche la crescita dei numeri dei disturbi alimentari (anoressia e bulimia), dell’autolesionismo e delle tendenze suicidarie nella popolazione più giovane, che più ha patito la mancanza di relazioni tra pari nel periodo del passaggio dall’infanzia alla maturità.
Il lockdown ha “curato” almeno in parte alcune dipendenze (ad esempio le sale con le slot-machine sono rimaste chiuse e il gioco d’azzardo compulsivo ha subito una battuta d’arresto) e ne ha accentuate altre: i videogiochi on line utilizzati già compulsivamente hanno avuto, nella persona – non solo ragazzo, ma anche adulto – “dipendente”, un forte incremento di ore giocate. In positivo, inoltre, è stato possibile rilevare la grande capacità di adattamento delle strutture, degli operatori e dei professionisti, posti di fronte al lockdown. Nuove tecnologie di comunicazione e la maggiore utilizzazione di quanto già disponibile hanno favorito colloqui, sia con la singola persona, sia con i familiari; ma questa capacità di adattamento ha dovuto fare i conti con il gap tecnologico esistente e variamente distribuito in Italia.
La pandemia e le misure di ordine pubblico e di carattere sanitario che ne sono derivate hanno poi prodotto un fenomeno che incide profondamente sulla salute mentale di molti: la mancata elaborazione del lutto. Salutare i morti, accomiatarsi da loro, non è secondario per la costruzione della sanità individuale. Fa parte del processo di maturazione della propria storia, e di quella familiare. Accompagnare chi non ha potuto vivere questo passaggio ha un carattere religioso e insieme una valenza antropologica fondamentale, con importanti risvolti sulla costruzione serena del proprio “io”. È una domanda che avrà lunghi tempi di maturazione.

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